Posso allenarmi se ho dolore?

Per anni si è pensato che ogni dolore fosse causato da un’unica causa sottostante e che la rimozione del dolore stesso portasse alla risoluzione della patologia e al ripristino di un adeguato stato di salute.

Con il tempo, fortunatamente, questo modello riduzionista va sostituendosi con un approccio più profondo e multidisciplinare, quello biopsicosociale, che identifica il dolore come un’esperienza che ci informa di un danno non sempre reale ma spesso solo potenziale.

Tuttavia, ancora oggi esistono preconcetti scientificamente infondati e “duri a morire”. Promuovere il movimento come strumento di prevenzione primaria, però, significa mettere in discussione miti e luoghi comuni legati al dolore.

Dolore è danno?

Una delle credenze più sedimentate è che dolore sia uguale a danno. Inizia, così, l’iter delle indagini cliniche.

Numerosi studi, approfondimenti e casi reali ci suggeriscono, però, che il ricorso eccessivo e non giudizioso alle indagini strumentali si rivela spesso fuorviante, se non ancora più dannoso per la salute dell’individuo.
Tra le prescrizioni più inappropriate troviamo risonanze magnetiche a livello lombare per il mal di schiena acuto e per il dolore alla spalla o del ginocchio in persone senza evento traumatologico definito. 

Ma con la presenza di un danno fisico si deve per forza percepire dolore?
In realtà, non sempre è così. Pur in assenza di dolore, infatti, in soggetti asintomatici di età pari a 50 anni, le indagini hanno riscontrato la presenza di condizioni di anomalia a carico della colonna, come ernie, degenerazioni del disco, spondilolistesi.

Questo perché, così come compaiono le rughe e si perdono i capelli, anche la colonna vertebrale manifesta i segni dell’invecchiamento e dell’usura, ma, nella maggior parte dei casi, in maniera asintomatica.

D’altra parte, il dolore sottende sempre un danno tissutale?
La causa del dolore acuto alla schiena o alla scapola o dei piccoli fastidi al ginocchio non sempre può essere legata ai tessuti o alle articolazioni che riteniamo sottoposte a sforzo, ma è una somma multifattoriale di condizioni riguardanti il muscolo, il tessuto connettivo, l’ambiente biochimico extracellulare, il sistema sensoriale, i circuiti neuronali che si condizionano reciprocamente.

I segni degenerativi della colonna vertebrale, quindi, non possono essere semplicemente segni dell’età o segni disadattativi delle nostre vite sedentarie? Quanto può essere autolimitante diagnosticare erroneamente la causa di un dolore?

Postura e dolore: relazioni o coincidenze?

La ginnastica posturale è uno dei trattamenti primari per contrastare il dolore o per prevenirne la comparsa, con l’obiettivo di riportare il corpo nei parametri posturali ritenuti “normali”. In questo articolo ci siamo interrogati sulla possibilità di applicare esercizi preconfezionati, ad una fascia di utenti diversificati, come avviene nell’esercizio posturale. Spoiler: no, per noi non esistono “pacchetti” di esercizi adatti a tutti indistintamente.

Prima di discutere l’esistenza di una relazione tra postura e dolore, dovremmo chiederci se esista una possibilità reale, precisa ed affidabile di misurare la postura. La fotografia in statica non rappresenterebbe una sorta di fotografia della colonna in quell’istante?

Se confrontiamo la postura in stazione eretta tra persone diverse, riscontriamo notevoli differenze. Studi scientifici mostrano che, ritornando in piedi a seguito di un movimento, ogni individuo mostra una postura statica diversa dalla precedente. Questo risultato non rispecchia quanto ci si attenderebbe con l’esercizio posturale, ossia che ripetendo gli stessi gesti si avrebbero effetti stabili nel tempo. Possiamo dedurre quanto poco utile è la valutazione posturale statica se tutti noi quotidianamente effettuiamo dei movimenti: se non riusciamo a valutare correttamente un’alterazione posturale, come possiamo pensare di correlarla al dolore?

Posso allenarmi se ho dolore?

Ecco il tema più insidioso. Molto spesso i medici, ma anche gli stessi trainer, sono riluttanti all’idea di far svolgere un esercizio con la comparsa del dolore.

In realtà, nel dolore, soprattutto in quello cronico, non sempre la nocicezione (percezione del dolore) domina il quadro clinico, mentre altri fattori psicologici come il catastrofismo predispongono il cervello all’evitamento e all’immobilità.

Perché non sempre dobbiamo fermarci quando abbiamo dolore?  Perché l’esercizio sembra avere un potente effetto analgesico: modulando il dolore rilasciando oppioidi endogeni e attivando i meccanismi inibitori attraverso la corteccia prefrontale, una zona del cervello che si occupa di diverse funzioni.

Il movimento è per tutti

L’inizio di un percorso di esercizio fisico ha come obiettivo stimolare un comportamento attivo piuttosto che l’immediato sollievo dal dolore; quindi, è improbabile che abbia successo se gli attori in gioco – trainer e cliente – si aggrappano alle labili certezze che offrono i classici modelli di approccio al dolore, per i quali al dolore corrisponde la stasi e non il movimento.

Per sfatare questi falsi miti dobbiamo comunicare in maniera chiara ed etica, offrire le attenzioni necessarie oltre alle banali rassicurazioni, di prenderci cura dell’ambiente di allenamento per instaurare nella persona la fiducia necessaria ad affidarsi e ad abituarsi alla prospettiva di fare esercizio fisico in qualsiasi condizione.

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