Il biohacking è una tendenza del settore wellness nata di recente, il cui obiettivo è inseguire la longevità e migliorare le prestazioni fisiche e mentali; per far ciò ci si concentra, attraverso l’utilizzo di device specifici, sulla gestione, il controllo e la modifica di se stessi e dell’ambiente in cui si vive.
Ma quest’attitudine è realmente “salutare”? Quindi, è efficace nel migliorare lo stato di benessere generale della persona? Ne abbiamo già parlato nel blog “Biohacking: cos’è e a cosa serve se parliamo di longevità?”.
Nuove domande, riflessioni, consapevolezze circa la fondatezza del biohacking sono nate in noi attraverso gli Outdoor Experience. L’esperienza in natura, infatti, ci ha permesso di riconoscere e comprendere sempre più la complessità di cui ciascuno è fatto in termini di pensieri, emozioni, relazione con gli elementi esterni, sensazioni fisiche. Le risposte individuali variabili e sempre originali hanno innescato in noi delle domande – o, per meglio dire, delle perplessità – circa la reale e univoca efficacia di metodi standardizzati su una platea vasta e variegata come quella degli esseri umani.
L’etimologia stessa del termine biohacking, nato dall’unione delle parole biology e hacker, lascia intendere come questo approccio si fondi sul tentativo di hackeraggio del patrimonio biologico e genetico.
Attraverso l’utilizzo della tecnologia, infatti, il biohacker intende ottimizzare il funzionamento dei sistemi biologici per impattare sulla longevità, sui livelli di energia, di umore e forza fisica.
Nel biohacking, dunque, il costrutto alla base è che il corpo è un sistema. Così, se il corpo fosse un computer, il biohacker sarebbe il programmatore del software.
Ma il corpo può essere paragonato a una macchina?
Può essere tutto sempre ricondotto a una prestazione o all’esigenza di superare un limite?
Questa necessità nasce nel Novecento con la cultura della performance, salvo poi osservare, attraverso la genesi delle numerose patologie legate allo stress, quanto questa attitudine sia disfunzionale.
Pensando il corpo come una macchina, il biohacking parzializza l’osservazione, escludendo l’integrazione che vi è tra materia e spazio mentale. Per comprendere questo legame è necessario cogliere la relazione spirituale che il corpo è capace di intessere con la natura.
Se il corpo non è solo una macchina, la nutraceutica sintetica resta sì fondamentale, ma mai quanto lo stare in natura; gli occhiali per la luminoterapia rimettono in fase gli ormoni, ma non si possono sostituire all’esposizione diretta alla luce naturale del mattino.
Il rovescio della medaglia, il lato oscuro puramente commerciale e narcisistico del biohacking deforma il concetto di benessere nella spasmodica ricerca dell’umano perfetto, trasformando la salute in oggetto di consumo.
Così facendo, le pratiche di biohacking alimentano sterili aspettative, come la possibilità, attraverso il pieno controllo della biologia:
- di non invecchiare mai;
- di avere sempre un rendimento elevato nella carriera professionale;
- di apparire meno vulnerabili nei contesti sociali.
Rendendoci più intelligenti, più forti e potenzialmente anche immortali, potremmo creare una società in cui tutti sentono la pressione di modificare la propria biologia, anche se non vogliono? In tal caso, rinunciare a un “hackeraggio” significherebbe trovarsi in enorme svantaggio professionale o, ancora, affrontare la condanna morale di non essersi “ottimizzati”? In un mondo di superumani, potrebbe diventare sempre più difficile rimanere “semplicemente umani”.
Nel momento storico in cui tutti parlano del biohacking più che del benessere, sentiamo di voler unire i puntini affinché si possa cogliere concretamente l’opportunità di poter star bene senza troppi fronzoli. E per fare questo vogliamo ripartire dal rapporto motorio ancestrale che ci lega agli elementi naturali, che generano un flusso di consapevolezze più umanizzanti che meccanicistiche.
Nella vita sportiva o nelle altre attività, un sano stile di vita circadiano va praticato con un discernimento tale che non pretenda alcuna scorciatoia sintetica, nella semplicità della disinteressata abitudine che apre la mente alla consapevolezza che il Movimento conduca verso la riscoperta dei più intrinseci valori, delle emozioni, della cura non solo di sé, ma anche del Sé.
Per concludere, consideriamo, seppur con franca curiosità, il biohacking come la dilatazione high-tech della più comune prevenzione primaria.
Senza pregiudizio, dunque, ognuno può cercare una propria strategia per preservare la salute del corpo, perseguire una vita piena, conservare l’equilibrio psico-fisico.
Il nostro ruolo come professionisti del settore wellness è farci facilitatori per condurre le persone in concrete esperienze motorie e non, che le aiutino a espandere le proprie risorse di salute e che integrino azione, pensiero ed emozione.

